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martedì 1 febbraio 2011

Indignatevi!

Indignez Vous!, il best seller del partigiano ultranovantenne Stéphane Hessel, il prossimo 15 febbraio sarà nelle librerie italiane, tradotto nella nostra lingua, con il titolo "Indignatevi!".



Ne avevo letto su Internazionale e il Fatto Quotidiano, quando in Francia, nel giro di poche settimane era balzato in cima alle classifiche di vendita.

lunedì 8 febbraio 2010

Libri per caso




C'è una ragione per cui scrivo di questo libro, sennò non lo farei: non sono un recensore né tanto meno un critico di letteratura.
L'altra domenica, con alcuni amici, sono andato a San Biagio della Cima, un ridente paesino dell'estremo ponente ligure, dove nacque Francesco Biamonti per assistere alla premiazione dell'amico comune Marino Magliani che si è aggiudicato la prima edizione del premio Frontiere-Biamonti, sezione "Pagine di Liguria" per il suo romanzo "La tana degli alberibelli".
Quando siamo arrivati faceva freddo e ci è venuta voglia di un caffè, così siamo entrati nell'unico locale aperto, un ristorante di cui non ricordo più il nome.
Mentre eravamo al banco, ho riconosciuto Giuseppe Conte e non sapendo come rivolgermi a lui, l'ho chiamato "Maestro" (dottor o signor Conte mi suonava male).
Lui è apparso soddisfatto e si è unito per qualche attimo alla nostra compagnia, dicendo che ci sarebbe stata una bella festa per Marino.
Poi, arrampicandoci per le scalinate ai cui bordi i cani nei cortili ci salutavano anche troppo calorosamente, siamo arrivati alla Sala della cerimonia.
Era già strapiena, ma siamo riusciti a trovare posto a sedere. Tra le file di sedie si aggirava, munito di macchina fotografica, l'amico Alberto.
Prima dell'intervento di Marino ha parlato il professor Giorgio Bertone, che si è dilungato, ma senza annoiare, sul tema della frontiera Nord Americana.
Immaginavo che parlasse di Cormac McCarthy, per dire, ma è andato più indietro, citando più volte un libro poco conosciuto di Robert Louis Stevenson, questo "Emigrante per diletto - Attraverso le pianure".
Ne ha parlato in un modo così coinvolgente che mi è venuta voglia di leggerlo.
Solo che, chi mi conosce lo sa, quando a me viene voglia di leggere o vedere o ascoltare qualcosa, quel "qualcosa" è sempre di difficile reperibilità.
Ma stavolta sono stato fortunato: ne ho trovato una copia che aveva ancora il prezzo in lire, tra gli scaffali di una libreria che vende usato.
Ed è davvero incredibile come quel libro, scritto nel 1879, tre anni prima de "L'isola del tesoro", sia sempre sorprendentemente attuale.
Parla di emigrazioni, di viaggi pieni di speranza generalmente finiti in delusioni. Di clandestini che lasciano il loro paese per andare a cercare una vita migliore in un altro, lontanissimo da casa.
E parla anche di immigrazioni interne, di gente che, andando verso il West, incrocia treni diretti all'Est dai cui finestrini i passeggeri, evidentemente delusi, gridano: "Tornatevene indietro!"
Qui e qui ho riportato due brani che mi hanno colpito, trascrivo l'altro di seguito:


Ho il sospetto che noi, signori d'Inghilterra, che ce ne stiamo comodi a casa nostra, abbiamo idee molto inadeguate al riguardo. Il mondo è pieno di clandestini che se ne stanno nascosti nelle carbonaie e negli angoli oscuri, per apparire sul ponte, una volta che le navi sono in mare aperto, neri di carbone e rossi di vergogna. La carriera di questi vagabondi del mare è molto avventurosa. Possono rimanere avvelenati dai gas tossici del carbone, morire di fame nel loro nascondiglio; oppure, una volta trovati, possono essere arrestati, ignominiosamente messi in catene , e trasportati in questo modo alla terra rpomessa, il porto di destinazione, e da lì, ahimé, riportati al punto di partenza, dove saranno consegnati ai magistrati e alla solitudine di un carcere.

Ecco: posso dire che se non avessi sentito il prof. Bertone parlarne in quel modo, probabilmente non mi sarei mai interessato a questo libro. E sarebbe stato un peccato.

venerdì 19 settembre 2008

La scomparsa della democrazia ai tempi del G8

Ho saputo del libro dalla recensione che Marco Preve ha scritto su Repubblica il 17 settembre scorso e ve lo segnalo.
So che leggendolo mi arrabbierò alquanto, ma voglio farlo, per tenere vivo il ricordo e non dimenticare come in un batter d'occhio si possa passare da un paese dove c'è benessere e libertà a uno che ricorderebbe il Cile ai tempi del golpe del 1973.

lunedì 4 agosto 2008

La biblioteca del perfetto democratico

Su La Stampa di oggi - quella cartacea, non so se è online e non la cerco perché è complicato - a pagina 13 c'è un pezzo di Francesca Schianchi dal titolo "Dalle letture che fai, il democratico che sei".
In pratica i pidiini under 40 lombardi, e non solo, sul sito democraticialfuturo.it, lanciano l'idea di segnalare i libri da leggere e poi vengono votati.
In testa alla classifica c'è "Sulle regole" di Gherardo Colombo, seguito da "La Costituzione italiana", "La fattoria degli animali" di Orwell e "Gomorra" di Saviano.
Sull'articolo si legge che Veltroni consiglia "Il viaggiatore leggero" di Langer, che in vacanza porterà "La strada" di McCarthy (ma wow!) anche se sul profilo di Facebook indica "Io non ricordo" di Merrill Block.
Detto che 'ste cose mi stavano già sulle palle trent'anni fa quando, secondo qualcuno se mangiavi parmigiano eri di destra, mozzarella di sinistra, se indossavi scarpe Clarks eri di sinistra, Timberland di destra (qualcosa del genere: i miei coetanei capiranno), mi rendo conto che i pidiini in questione sono poco originali (anche se, con gran sorpresa, noto che in classifica non c'è neppure un autore russo): te pareva che non ci fossero "Il Signore degli anelli" e "Il piccolo principe"!
Detto che non sono un perfetto democratico, dal momento che nella classifica mia un posto in cima ce l'avrebbero "Le due destre" di Revelli, "Scritti corsari" di Pasolini e "Cosmic bandidos" di Weisbecker (pidiini, non leggeteli!!!) mi chiedo, tanto per fare qualche esempio: ma i Wu Ming, li hanno letti o no? Una ripassatina a "Todo Modo" e "Il Contesto" di Sciascia non la danno? Palahniuk cos'è, un pericoloso sovversivo?
Adesso vorrei la cineteca del perfetto democratico, anche se, visto l'andazzo, mi aspetto già "Via col vento", "Palombella Rossa" e "Il cacciatore" ai primi posti.
Per non parlare della discografia: Radiohead, Beatles e Miles Davis, vero?
PS: A me "democratico" associato al partito di Veltroni comincia a darmi un lieve fastidio, un po' come me lo dà "azzurri" associato al club di Berlusconi perché potrei anche essere democratico e non necessariamente pidiino, per cui sarei molto felice che i pidiini s'inventassero altro: riformista potrebbe andar bene, e anche progressista, laburista e zapaterista.

mercoledì 16 luglio 2008

Leggere d'estate a Imperia

L'Assessore ai Beni e alle Attività culturali, Claudio Baudena, e il Comune di Imperia, organizzano una serie di incontri con gli scrittori alla Palazzina Liberty della Marina di Porto Maurizio.
Tutti gli incontri si svolgeranno alle 21.30. Ecco il calendario:

Mercoledi 23 luglio 2008: Gianni Biondillo presenta "Metropoli per principianti" (Guanda);

Mercoledì 30 luglio 2008: Valter Binaghi presenta "Devoti a Babele" (Alberto Perdisa Editore);

Mercoledì 6 agosto 2008: Remo Bassini presenta "La donna che parlava con i morti" (Newton Compton).

I tre autori saranno introdotti dallo scrittore Marino Magliani.

Martedì 12 Agosto 2008: Marco Vallarino presenta "Anime nere reloaded"(Mondadori)

L'autore sarà introdotto dalla giornalista Antonella Viale.

sabato 5 luglio 2008

Il partito del cemento

Nel luglio del 2006 mi arrivò il numero 5 di MicroMega. C’era una lunga inchiesta di Marco Preve e Ferruccio Sansa. S’intitolava “L’unione fa il cemento”. Da allora la Liguria mi è diventata sinonimo di tristezza, di rabbia, di impotenza. Decisi di fare qualcosa nel mio piccolo. Ripresi l’inchiesta in una delle mie rubriche quotidiane su l’Unità […]
L’articolo uscì il 30 agosto 2006. Sto ancora aspettando una risposta, un cenno, una parola. Niente.

Marco Travaglio

E' nelle librerie il libro-inchiesta di Marco Preve e Ferruccio Sansa intitolato "Il partito del cemento" edito da Chiarelettere, con prefazione di Marco Travaglio.
Si occupa della speculazione edilizia in Liguria, dei nuovi porti turistici che stanno nascendo come funghi e di come la costa sia stata trasformata - per non dire violentata - nel corso degli ultimi decenni.
Ai non liguri forse potrà interessare poco, ma probabilmente quello che sta succedendo qua, più o meno è successo, o succederà, un po' ovunque.
Lo segnalo perché penso che sia un lavoro ben fatto e meritevole di attenzione.
A suo tempo, avevo letto "L'unione fa il cemento" e già era stata una bella botta, con questo libro, i due giornalisti mi hanno dato la mazzata finale.
Vabbè, almeno moriremo sapendo: son soddisfazioni.
Oggi Il Secolo XIX di Genova riporta ampi stralci del libro di Preve e Sansa, io ne riporto un pezzetto che riguarda la mia provincia e qualcuno che conoscete bene.
«Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare». Loro lo sapevano benissimo. Tanto che nel 2003 Caltagirone, Scajola, Fiorani e l’assessore Luca Lanteri sorvolarono in elicottero Imperia per vedere meglio, dall’alto, le aree interessate dai progetti. Caltagirone voleva costruire, Fiorani aveva in ballo un business da cento milioni con i suoi prestanome, Lanteri rifletteva sulle licenze urbanistiche e Scajola… be’ Scajola in teoria non aveva interessi ufficiali nelle diverse operazioni, quindi faceva il turista. Ma qui il padrone di casa è lui. Questa è la sua provincia, nel senso che si tratta di un territorio e di una popolazione che in lui vedono da oltre quindici anni, prima con la Democrazia cristiana e poi con Forza Italia, il loro naturale rappresentante. L’ex sindaco di Imperia diventato deputato nel partito di Berlusconi nel 1996 è un astro in continua ascesa: tre volte ministro tra il 2001 e il 2005, nel maggio 2008 è stato nominato ministro dello Sviluppo economico del quarto governo Berlusconi.

Marco Preve è giornalista de la Repubblica e collabora con MicroMega.
Ferruccio Sansa, già giornalista del Messaggero e de la Repubblica, è ora inviato del Secolo XIX. Ha pubblicato per la Bur-Rizzoli Milano da morire (con Luigi Offeddu, 2007) e collabora con MicroMega.

martedì 10 giugno 2008

I sentieri del cielo

Ho appena finito di leggere quello che per me è uno dei migliori romanzi di letteratura italiana usciti negli ultimi anni: "I sentieri del cielo, di Luigi Guarnieri.


In calabrese i sentieri del cielo, in epoca di brigantaggio, erano li tratturi du cielu: le mulattiere nascoste e quasi invisibili che usavano i briganti sulla Sila per raggiungere i loro rifugi.
La storia, a dispetto di quanto incredibilmente riportato anche da molti siti con un bel copia-incolla, non si svolge nel 1963, ma cent'anni prima, appena dopo l'Unità d'Italia.
L'esercito dei Savoia era stato mandato in Calabria, male armato e affamato, ma determinato e senza pietà, a distruggere i briganti: coloro che provenivano dall'esercito borbonico e che erano stati lasciati senza terra perché il nord cominciava già a papparsi tutto. Con loro c'erano anche donne: quelle con le palle, anche se non portavano i calzoni.
A un certo punto del romanzo qualcuno chiede se i briganti debbano essere considerati tali oppure partigiani difensori a tutti i costi della loro terra che non ne volevano sapere del re, dei piemontesi e dei savoiardi.
L'autore non si schiera, ma mi ha dato la possibilità di vedere le cose anche da un punto di vista che prima non avevo considerato. Un po' come anni fa certi registi nordamericani ci facevano vedere l'altro aspetto dei pellerossa.
"I sentieri del cielo" è la storia della caccia al brigante Boccadoro: non è splatter, ma teste e orecchie volano che è una meraviglia, anche se l'autore non si ferma a giudicare: i protagonisti non si scompongono più del dovuto perché quella crudeltà sembrava normale, sia da una parte che dall'altra e alla fine viene difficile schierarsi.
Nel romanzo ovviamente si possono trovare molte analogie tra i fatti che succedono al giorno d'oggi in Iraq, per esempio, o quelli successi da noi, durante la Resistenza.
Una cosa è certa: alla fine ho cominciato a guardare la Calabria e i calabresi con un occhi diversi.
Sarà un caso che il maggiore Albertis aveva un occhio solo?
Su Carmilla c'è una bella recensione e per saperne un pochino di più (giusto un assaggio, perché mi è venuta voglia di leggere "Il brigantaggio meridionale" di Aldo De Jaco, per il momento pressoché introvabile) su Wikipedia si può leggere qualcosa in proposito.

OT: Firefox, dopo un aggiornamento a Flash player, non mi permette di visualizzare per intero la finestra su cui scrivere i post e mi tocca farlo con IE. Succede anche a voi?

lunedì 10 marzo 2008

Quella notte a Dolcedo

Scrivere di un romanzo di Marino Magliani per me è un pochino imbarazzante, per due motivi:
1) con Marino ormai siamo amici da tempo e questo potrebbe influenzare il mio giudizio;
2) Marino scrive della Liguria, e, in particolar modo, di questo tratto di Liguria dove sono nato e cresciuto e anche questo potrebbe condizionarmi.
Mentre pensavo a queste cose, mi chiedevo se un romanzo di Cesare Pavese suscita sensazioni diverse, se a leggerlo è un langarolo o un siciliano, per esempio. Conosco le Langhe, ma certo non come uno che ci è nato e cresciuto. Sono stato alla Locanda dell'Angelo, a Santo Stefano Belbo, dove Pavese scriveva e già mi dicevo che leggere lì un suo romanzo dev'essere diverso che leggerlo da imperiese sul molo di Imperia.
Ma poi, sempre per cercare di evitare l'influenza, mi dicevo che un romanzo è un romanzo, a prescindere da dove lo si legga.
Così, quando ho preso a leggere il nuovo lavoro di Marino, Quella notte a Dolcedo, uscito per Longanesi giovedì scorso, ho cercato di non pensare a lui, o perlomeno di pensarci il meno possibile.



Capirete che è un'impresa perché se già dalle prime pagine leggi della stazione di Porto e, più avanti, dei laghetti di Lecchiore o dei partigiani Felice Cascione e Silvio Bonfante, inevitabilmente ti cali in quei posti che conosci come le tue tasche, e in quei personaggi di cui tanto hai letto e sentito parlare. Ma nella lettura mi ci sono immerso, al diavolo tutte queste considerazioni.
Nel romanzo Marino si scinde in due: secondo me, infatti, è in parte Lori, una globetrotter nata a Dolcedo e che, girando per l'Europa, ogni anno torna al suo paese natìo. Anche Lori, come Gregorio ne "Il collezionista di tempo", ha dato quel famoso esame in cui, stranamente, erano stati promossi solo "particolari" studenti.
E in parte è anche Hans, un soldato delle SS che aveva fatto la guerra nella Valle e che nell'estate dell'89 torna per qualcosa che aveva in sospeso con il passato. Si stabilisce in un paese un po' più a monte, vivendo in semiclandestinità prima in un canneto e poi nell'oratorio della chiesa. La Valle è piena di tedeschi che hanno comprato ruderi e li hanno ristrutturati: anziani che forse lì hanno combattuto contro i partigiani e giovani che della Grande Guerra sanno solo di averla persa. Per lui non è difficile confondersi con quella gente.
Anche Hans, per finanziarsi il soggiorno, lavora di braccia: rimette a posto i muri di pietra a secco, pulisce giardini e ripara tetti con Manfred, il suo giovane socio.
Marginalmente troviamo ancora Gregorio che sta facendo le prove tecniche di prigionia: è un ladruncolo che va e viene dalle patrie galere per piccoli furtarelli.
Crollano i muri delle fasce perché nessuno se ne cura più, a Sorba, e crolla il Muro di Berlino. Nel bene e nel male il destino di Hans è legato ai picconi e alle pietre.
Si potrebbe forse dire che è un romanzo sul tradimento e sui morti che prima o poi tornano in superficie: esseri umani morti qualche anno prima o mammut estinti migliaia di anni fa, non importa.
Finito di leggere mi è venuto spontaneo, alla faccia dell'influenza, dire a mezza voce: "Bravo Marino!" perché questo è a mio avviso il suo miglior romanzo.
Altri ne parleranno, Marino riceverà complimenti da persone molto più colte e autorevoli di me, ma i miei, sinceri, voglio mandarglieli lo stesso perché li merita tutti.

martedì 4 marzo 2008

I segreti di....[II]

"Io sono maturato in camicia nera e non potevo pensare diversamente, concepire altri modi di vedere la vita. E' una cosa che mi ha entusiasmato e ho continuato su quella strada [...]
Può darsi che gli sia piaciuto, questo non lo so. Il Piano Rinascita, dalla riforma della giustizia alla divisione delle carriere nella magistratura, da una nuova organizzazione della scuola alla nascita di un sidacato indipendente, era fondato su ottimi princìpi. Prevedeva poi una repubblica presidenziale: è giusto che in una nazione ci sia qualcuno che dice sì o no.
"

Bene, avrete capito.
Si tratta dell'intervista rilasciata a Ferruccio Pinotti da Licio Gelli nel 2007 contenuta nel voluminoso libro "Fratelli d'Italia", un viaggio allucinante ai margini delle più grandi massonerie: Il Grande Oriente d'Italia, La Gran Loggia Nazionale d'Italia, la Gran Loggia Regolare d'Italia.
Una di essse ha da non molto aperto le porte ai "grembiulini rosa", ma a Giuseppe Miraglia, libero muratore del GOI, l'idea non piace: «No, le donne nella massoneria no, meglio restare separati perché la donna bisogna andarci a letto insieme, ecco, farla stare a casa. Più stanno a casa, le donne, meglio è.»
Una massona in sonno uscita recentemente dalla Gran Loggia Nazionale d'Italia, alla fine dell'intervista a Pinotti dice che «se si riferisce a relazioni sentimentali uomo-donna all'interno della loggia, le dico, senza peli sulla lingua, che era un gran puttanaio.»

[fine]

giovedì 31 gennaio 2008

Io sono leggenda

Ho riletto quello che è universalmente riconosciuto il capolavoro di Richard Matheson.
Non so in questa, ma nella prefazione dell'edizione del 2003 Valerio Evangelisti, tra l'altro, cita due film tratti dal romanzo, prima di questo ultimo di Francis Lawrence: L'ultimo uomo della Terra e Occhi bianchi sul pianeta Terra.
Li ho visti per la prima volta qualche giorno fa e da quel che ho letto e sentito in giro, non so se andrò a vedere l'ultimo remake perché ho come la sensazione che non sia all'altezza.

martedì 11 dicembre 2007

Un'altra verità

Dopo aver letto e apprezzato "Sa morte secada" di Nicola Verde, mi ero ripromesso che avrei letto il suo nuovo romanzo, "Un'altra verità": l'ho fatto e anche questo mi è piaciuto molto.

Un'altra verità Ormai la figura del maresciallo Dioguardi mi è diventata simpatica e familiare.
Anche in questo nuovo lavoro c'è un morto fin dall'inizio: un ragazzo un po' ritardato ucciso barbaramente nei giorni di Carnevale, che nei riti pre nuragici aveva un significato diverso.
Dioguardi infatti, per risolvere il caso, deve continuare a scavare nella memoria della Sardegna per tornare alle origini di quella terra - "troppo vicina all'Africa" - e dei suoi abitanti perché per conoscere i sardi bisogna conoscere la Sardegna e viceversa. E magari anche le sarde come la sensuale Chiarella.
Il Maresciallo, che quando era stato trasferito sull'isola era convinto di essere finito in terra di "selvaggi", piano piano, nonostante l'omertà e l'iniziale diffidenza degli abitanti di Bonela, riuscirà a scoprire cosa si faceva, nel passato remoto, affinché quella terra potesse essere fertile.
Non aggiungo altro, se non una piccola considerazione. Il romanzo è ambientato nel 1969, all'epoca del rapimento di Ermanno Lavorini.
I più giovani non ricorderanno, ma quelli della mia generazione sì. E Verde è più o meno della mia generazione.
Leggendo "Sa morte secada" avevo associato la signora Ines, moglie del Maresciallo Dioguardi, alla signora Maigret, l'Andreina Pagnani moglie di Gino Cervi nello sceneggiato televisivo in bianco e nero.
Ebbene in questo nuovo romanzo, lo scrittore paragona esplicitamente la moglie di Dioguardi alla Pagnani.
Non è questione d'intuito, la mia, ma solo di età.

domenica 2 dicembre 2007

L'autobomba

"Il carretto passava e quell'uomo gridava gelati.." cantava Lucio Battisti ne "I Giardini di marzo" nel 1972.
Anni prima, nel settembre del 1920, dopo l'arresto di Sacco e Vanzetti, un diverso carretto, trainato da un cavallo, passava per Wall Street. Mario Buda, un immigrato italiano piuttosto arrabbiato, lo parcheggiò accanto al nuovo Federal Assay Office. Non portava gelati, bensì un carico di esplosivo e pezzi di ferro. Buda si allontanò e il carro esplose causando quaranta morti e duecento feriti. Cavallo compreso.
Buda aveva inventato il prototipo dell'auto bomba, probabilmente ispirato da un altro carro che esplose in Rue Saint-Nicaise, a Parigi, nel 1800 e che per poco non fece fuori Napoleone.
Da quel giorno l'autobomba divenne una vera e propria arma di distruzione e di resistenza sul territorio, più intelligente delle bombe intelligenti e molto più economica.
Ramzi Yusef, colui che fece saltare nel 1993 il World Trade Center, si è spesso vantato dicendo che per l'attentato aveva speso di più per le telefonate internazionali che non per l'operazione in sé: l'esplosivo era costato 3615 dollari e l'affitto del furgone Ryder 150 dollari al giorno. Un missile Cruise costa un milione di dollari, per dire.
All'inizio della sua storia l'autobomba era usata soprattutto contro gli eserciti "invasori": in Algeria, Irlanda del Nord, Vietnam (a Saigon agli inizi degli anni sessanta, venivano addirittura usate le biciclette e i risciò con i telai imbottiti di esplosivo) Corsica, Palestina, Libano, anche se spesso venivano coinvolti i civili.
In Italia la prima autobomba fu usata dalla mafia, nel 1963 a Palermo: Angelo La Barbera fece saltare la casa del rivale Salvatore Greco con un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo al plastico. La Giulietta (secondo J. Dickie ne "Cosa Nostra") era l'auto prediletta per questo genere di attentati e fu usata diverse volte, poi la mafia passò ad altri modelli.
Questo libro di Mike Davis, "Breve storia dell'autobomba", racconta i passaggi e l'escalation di quest'arma micidiale fino ai giorni nostri: tra il luglio del 2003 e il giugno del 2005 in Iraq ci sono stati più di novemila morti a causa di veicoli esplosivi e si parla di centoquaranta esplosioni di autobomba al mese solo nell'autunno del 2005, mentre a Baghdad, nella giornata di Capodanno del 2006, ben tredici vetture furono fatte esplodere.
«L'autobomba è il nucleare della guerriglia urbana.»
Charles Krauthammer - The Washington Post

martedì 20 novembre 2007

La casta dei giornali

Se La Casta, il noto libro di Stella e Rizzo sui costi della politica, ha fatto indignare mezza Italia vendendo tonnellate di copie, La casta dei giornali di Beppe Lopez (edito da Stampa Alternativa) potrebbe fare altrettanto. Solo che ne dubito perché ai giornalisti non credo converrà molto parlarne. Per questo lo segnalo qui, nella speranza che qualcuno lo riprenda, parlandone sul proprio blog, in modo che in molti si rendano conto di com'è ridotta l'informazione italiana.
La casta dei giornali
C'è da dire, e Lopez dedica al fatto un intero capitolo, che il merito di aver scoperchiato la pentola è stato di Milena Gabanelli di Report con quel famoso servizio del 23 aprile 2006.
Beppe Lopez va oltre, analizzando la legge sull'editoria fino dai suoi esordi e scrivendo cose che finora è stato difficile trovare in circolazione.
Per esempio, che lo Stato finanzia il Corriere della Sera "rimpolpando gli utili degli azionisti della Rcs con elargizioni calcolate, per un solo anno, in 23 milioni di euro" e anche "il quotidiano della Confindustria (Il Sole 24 ore ndr) con più di 19 milioni di euro, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana (L'Avvenire ndr) con più di 10 e il quotidiano della Fiat (La Stampa ndr) con 7 milioni di euro".
Ce n'è per tutti dal momento che, come si sa, se prima i giornali di partito potevano ricevere un contributo, giusto per garantire il "pluralismo" nell'informazione, poi, con il trucco dei due parlamentari che firmavano a favore di un quotidiano per fargli avere il contributo, pur non essendo un giornale di partito, altri ne hanno approfittato. L'esempio di Libero, il Foglio e il Riformista sono noti: ci costano più di 12 milioni di euro l'anno.
Ormai non solo i quotidiani ricevono contributi, ma anche i settimanali e i periodici. La Mondadori, per dire, non ha quotidiani, ma lo Stato, sotto forma di credito d'imposta sulle spese sostenute per l'acquisto di carta in un anno, le ha elargito 10 milioni di euro e per le spese postali le ha fatto uno sconto di 19 milioni di euro.
"Nel maggio del 2007 Sky TV ha fatto domanda per ottenere i rimborsi per i costi di spedizione di Sky Magazine, la rivista con i programmi del mese inviata dall'azienda del supermiliardario Murdoch ai propri abbonati. E Palazzo Chigi confermò: in base alla normativa vigente, le spettano in effetti 25 milioni di euro l'anno di contributi pubblici.
L'Unità produce ogni notte 16 mila copie di scarto per consentire alla Nuova Iniziativa Editoriale Spa d'incassare dallo Stato, solo con esse, 250 mila euro annui di contributi che concorrono a quelli che complessivamente le spettano (6,5 milioni di euro) per il fatto di stamparne ogni notte 120 mila, anche se potrebbe mandarne in edicola solo 80 mila, visto che se ne vendono meno di 60 mila. Una resa del 50% delle copie non si era mai vista prima dell'avvento delle provvidenze per l'editoria.
Europa, il quotidiano della Margherita, notoriamente vende sotto le 5 mila copie, diciamo molto sotto. Eppure, per incassare più di 3 milioni di euro l'anno in pubblici contributi , la sua amministrazione deve farne stampare 30 mila copie. Sapendo perfettamente che fine faranno: al macero.
"
Ci sono tante piccole curiosità che meritano davvero di essere lette. De Il Campanile dell'Udeur di Mastella ultimamente ne abbiamo lette di cotte e di crude, ma per esempio io non sapevo che Ciarrapico, il re delle acque minerali, ha dodici testate (udite, udite: Nuova Viterbo Oggi, Ciociaria Oggi, Nuovo Molise, Nuova Rieti Oggi , Fiumicino, Guidonia, Ostia, Castelli Oggi..) che vende con Il Giornale con il metodo del "panino", a un euro, sotto costo. Solo che ha chiesto, e ottenuto, 5 milioni di euro di contributi dallo Stato.
E Beppe Lopez, dati alla mano, porta una serie infinita di esempi con due considerazioni: più è grande il quotidiano (Repubblica, Corriere, Sole 24 ore) più prende contributi dalle nostre tasche. E con tutti questi contributi lo Stato si è creato una sorta di "difesa" dall'informazione "autorevole" che non può dirsi libera se, alla resa dei conti, ha lo Stato come editore. Così la Casta dei giornali è in pratica La Casta della Politica.

lunedì 12 novembre 2007

Tacchi sulla sabbia

Tacchi sulla sabbia, edito da Ideazione & Comunicazione è il titolo del primo romanzo di Tecla Pasqualini, scrittrice ventiseienne nata a Torino e imperiese di adozione.
Il romanzo, ambientato a Imperia e arricchito dai disegni della brava Linda Azzarone, è un po' trasgressivo e piuttosto fuori dal normale.
Narra di Sabrina, una ragazza che alla ricerca di se stessa, va a letto con il fratello del suo ragazzo e il padre dei due senza farsi alcun scrupolo.
E' una ragazza che vuole vivere la vita a modo suo, senza porsi limiti, ma alla fine capisce che così non può andare avanti e anche per una serie di eventi concatenati, decide di provare a togliersi da quella scomoda situazione.


"Ho tradito ancora una volta il mio ragazzo. Ho fatto sesso per due ore con suo padre. E non sono nemmeno felice! Lo ero dieci minuti fa, a letto, ma ora l'illusione svanisce piano piano e mi ritrovo nel solito limbo ovattato del va bene così. Ma non va bene un cazzo!"

Tecla Pasqualini ha presentato il romanzo venerdì scorso in un affollato locale del Prino, borgo suggestivo della mia città, davanti a una sessantina di persone e ci sono andato perché dopo aver letto il suo lavoro desideravo conoscere di persona questa mia concittadina che devo dire è disinvolta, intelligente e sicura di sé, pur essendo ancora così giovane.
All'incontro mi ha fatto piacere rivedere anche l'altro mio noto concittadino, Samuele che, armato della sua fotocamera, ha scattato foto a manetta (e ne sto aspettando ancora una a ricordo di quella magnifica serata, detto per inciso).
Tecla Pasqualini ha avuto un buon successo: sarà che siamo in autunno e la città non offre molto, sarà quel che sarà, sta di fatto che presentazioni così affollate nella mia città non ne avevo mai viste prima.
Qui c'è l'intervista all'autrice.

mercoledì 24 ottobre 2007

Cavalli selvaggi

Ieri sera ho finito di leggere Cavalli Selvaggi di Cormac McCarthy, (titolo originale: All the pretty horses, 1992) quello che per me è il miglior romanzo letto in questo millennio.
Giacomo, l'amico libraio con cui stavo parlando dell'ultimo di McCharty, "La Strada", mi aveva detto: "Leggilo pure, ma se ancora non l'hai fatto, comincia prima con la trilogia della frontiera."
Così ho letto il primo (presto attaccherò "Oltre il confine" e poi "Città della pianura"), ambientato agli inizi degli anni cinquanta e ieri sera, poco prima della fine, quando John Grady incontra Alejandra (la bella mora dagli occhi azzurri) alla stazione e il giorno dopo la riaccompagna al treno, ho pianto.
Sarà che Mastella aveva salvato Prodi, sarà che l'Inter aveva vinto 2-1 contro quei comunisti del CSKA di Mosca, sarà che i cavalli li ho amati e cavalcati (le more con gli occhi azzurri purtroppo no), fatto sta che il romanzo è commovente, oltre che profondo e grandioso.
Non voglio aggiungere altro se non una piccola considerazione.
Bisognerebbe che qualcuno di voi, o lettori affezionati, avesse letto il suddetto libro e stesse seguendo la serie TV "Prison Break". Al che chiederei: non trovate che la prigione di Sona (Prison Break) abbia molto in comune con quella di Saltillo (Cavalli Selvaggi)?

martedì 16 ottobre 2007

Sa morte secada

Ho appena finito di leggere Sa morte secada il primo romanzo di Nicola Verde uscito nel 2004. Meglio tardi che mai. E' un autore che non conoscevo e sono contento di averlo scoperto perché la storia mi ha affascinato parecchio.
E' ambientata nella Sardegna degli anni sessanta e il maresciallo dei carabinieri Carmine Dioguardi, mandato in quella terra senza sapere perché, deve risolvere il caso di un infanticidio mescolato a sinistri riti del periodo nuragico.
Tra fruscii di gonne lunghe e calze di nylon, un prete stupratore e usuraio, banditi, bancari e imprenditori spregiudicati, con un pizzico di aiuto della moglie Ines - che mi ricorda vagamente la signora Maigret televisiva in bianco e nero - il maresciallo risolverà il caso.
Non si tratta di un thriller vero e proprio, ma piuttosto di un giallo vecchia maniera, ben scritto e costruito in modo tale che una volta iniziato viene voglia di non interrompere.
Nicola Verde, nato nel 1952 a Succivo (Caserta), vive a Roma e alla Sardegna è particolarmente legato, probabilmente anche perché sua moglie è di origini sarde. Il romanzo mi è stato consigliato da un amico e ovviamente prenderò a scatola chiusa il nuovo uscito quest'anno: "Un'altra verità", sempre presso l'editore Dario Flaccovio.

giovedì 30 agosto 2007

Zero


Da pochi giorni è nelle librerie il volume collettivo curato da Giulietto Chiesa "Zero - Perché la versione ufficiale sull'11/9 è un falso".
Il volume di 412 pagine, edito da Piemme, contiene interventi di Gore Vidal, Gianni Vattimo, Claudio Fracassi, Franco Cardini e Marina Montesano, Lidia Ravera, Jurgen Helsasser, Michel Chossudovsky, David Ray Griffin, Thierry Meyssan, Andreas von Bulow, Steven E. Jones, Enzo Modugno, Webster Griffin Tarpley e Barry Zwicker.
L'argomento riguarda l'11 settembre 2001: quello che è successo prima, durante e dopo gli attacchi suicidi di sei anni fa negli Stati Uniti d'America.
In questi anni si è già molto dibattuto sull'argomento e anche da noi sono sorti due schieramenti: quello che crede alla versione ufficiale dei fatti e l'altro che non ci crede.
Il dibattito è anche arrivato in televisione e a Matrix si sono potute sentire cose interessanti da ambo le parti.
Questo volume, fresco di stampa, è un altro tassello che si aggiunge ai tanti sull'11/9.
Chi è favorevole alla versione ufficiale dei fatti, molto probabilmente lo ignorerà o cercherà di dimostrare che è una bufala, chi invece pensa che dietro agli attacchi ci sia qualcosa di oscuro, troverà nuove prove a favore del suo pensiero.
In ogni caso sono dell'idea che il libro debba essere letto da tutti, perché più se ne sa, meglio è. Ed è inutile aggiungere che dovrebbero leggerlo soprattutto coloro che sull'11/9 si sono fatti una opinione guardando solo i telegiornali e i porta a porta nostrani.

domenica 26 agosto 2007

Confine di Stato

Ho appena terminato di leggere il romanzo del giovane Simone Sarasso Confine di Stato: una gran bella sorpresa.
Il romanzo si sviluppa tra il 1954 e il 1972 con gli oscuri intrighi politici che hanno segnato la storia del nostro paese: il delitto Montesi, la morte di Enrico Mattei, la strage di Piazza Fontana e la morte di Giangiacomo Feltrinelli.
Non sono un critico e neppure un gran lettore, però qualcosina nella vita ho letto e questo "Confine" è il romanzo che più mi ha appassionato ultimamente, dopo "Q" di Luther Blissett, se capite cosa voglio dire.
Sarasso, nella sezione "Debts", alla fine del romanzo, elenca gli scrittori che maggiormente lo hanno ispirato nella stesura del romanzo: Carlo Lucarelli, i Wu Ming, Giuseppe Genna, James Ellroy e altri. A me piace ricordare anche il tributo, per niente nascosto, a Quentin Tarantino.
"Questo non è il tipo di roba che si scrive da soli. Senza i libri che sono venuti prima di me, Confine non esisterebbe. Per molti versi è un libro che avrebbe potuto scrivere chiunque. La mia fortuna è stata avere l'idea prima di altri."
E' uno di quei romanzi che quando finiscono quasi quasi mi dispiace perché li leggo senza incepparmi: scorrevoli, avvincenti e istruttivi.
Bisognerebbe che lo leggessero anche i ventenni che magari non sanno nulla, e forse non sapranno mai, della cosiddetta "strategia della tensione".
Un romanzo che fa riflettere su quello che succede in certi palazzi o in certe cantine, mentre stiamo a scaldarci per Berlusconi o Veltroni.
Qui il blog di Simone Sarasso.

domenica 5 agosto 2007

Letture estive

Ho riletto Vagabondi nella notte di Tom Kromer. Il titolo originale la dice ancora più lunga:Waiting for nothing.
Mi ha colpito come la prima volta che lo lessi, appena uscito da noi per i tipi della Costa & Nolan, nel 1988. Un libro per me è come un disco o un film: se mi è piaciuto la prima volta, difficilmente mi delude a distanza di anni.
Mi meraviglio che questo romanzo breve non sia ancora stato ristampato perché a mio avviso meriterebbe molta più attenzione ed è sempre molto attuale.
Scritto nel 1935, "Vagabondi nella notte" è ambientato negli anni americani della Grande Depressione. Parla di gente per strada e di sbandati, ma non quelli descritti da Woody Guthrie nelle sue canzoni: qua si tratta di barboni senza lavoro e senza casa. E senza futuro.
Kromer sa bene ciò che racconta perché in strada c'è stato per cinque anni.
Nato nel 1906 e figlio di operai, Kromer ha fatto il giornalista, il correttore di bozze, l'insegnante e il manovale. E nel frattempo è stato in strada, da uno Stato all'altro in cerca di lavoro. La tubercolosi, un tentativo di suicidio (come si evince dalla dedica "A Jolene che chiuse il gas"), il sanatorio dove incontrò la sua futura moglie e, nel mezzo, questo suo unico lavoro pubblicato nel 1935 negli Stati Uniti e da noi nel 1944.
Nonostante sia stato tradotto e stampato anche in Francia e Inghilterra, questo lavoro non ebbe successo, ma fece scandalo.
In Inghilterra il quarto capitolo (quello in cui Tom, pur di andare a dormire da qualche parte con un tetto sulla testa, si lascia abbordare da un omosessuale) era stato eliminato completamente, mentre in Italia l'omosessauale era diventato una prostituta.
Kromer racconta le cose come le ha viste e vissute, senza giudicarle, con un linguaggio asciutto e scarno: quello dei barboni disperati.
Il pensiero, mentre si legge, va a certe cose che molti anni dopo avrebbero scritto Jean Claude Izzo (Il sole dei morenti) e Charles Bukowski.
Un romanzo tristissimo: giusto quello che ci vuole per tirarsi un po' su di morale.

giovedì 26 luglio 2007

Tilt

Ho mandato in crisi aNobii.
E' che volevo inserire questi opuscoli di Antonio Negri, ma non li trovano.
Adesso mi tocca aspettare 72 ore, poi vedremo.


Crisi dello Stato-pianoProletari e StatoIl dominio e il sabotaggio