domenica 27 giugno 2010

Cicchitto stia zitto!

Il fatto che, dopo la rinuncia del ministro al legittimo impedimento, la sinistra continua a chiederne le dimissioni dimostra che si tratta di una posizione del tutto strumentale.
Fabrizio Cicchitto sul caso Brancher, il Ministro senza portafoglio.


A parte il fatto che Brancher non doveva neppure essere nominato ministro;
A parte il fatto che un fuorilegge come lui Montecitorio non dovrebbe neppure vederlo in cartolina;
che un ex piduista (nella fattispecie Fabrizio Cicchitto, tessera n.2232) dia lezioni di morale alla sinistra, proprio non lo sopporto.

domenica 6 giugno 2010

Di Pietro, l'IdV e me

Come qualcuno di voi saprà, alle ultime elezioni provinciali sono stato candidato come indipendente nelle liste dell'IdV: ci ho messo la faccia e l'impegno per cercare di entrare come consigliere nel Palazzo della Provincia, con l'intento di mettere il bastone tra le ruote alla maggioranza e vigilare su eventuali inciuci tra maggioranza e opposizione. Purtroppo, pur avendo avuto un buon risultato, non sono stato eletto e tutto è finito lì: al partito cresciuta perché non ho mai interrotto i rapporti di amicizia nati in campagna elettorale.
Subito prima delle elezioni era scoppiato il caso della candidata Cinzia Damonte, ripreso anche da Repubblica.
Da più parti mi si chiedeva cosa ci facessi in quel partito, ma io che ne potevo sapere e, in fondo, cosa aveva a che fare con la mia candidatura a livello provinciale, oltretutto come indipendente?
Era stato Dario Dal Mut, persona seria e perbene, che oltre a essere consigliere comunale fa anche parte del Circolo Falcone e Borsellino di Imperia, a chiedermi di candidarmi e per me bastava, se capite cosa intendo dire.
Pur non stravedendo per Antonio Di Pietro, riconosco che lui e l'IdV, a livello nazionale, oggi come oggi, sono gli unici a fare un tipo di opposizione che più si avvicina a quella che intendo io, tenuto conto che la vera opposizione di sinistra, per motivi che non sto qui a spiegare, in Parlamento non è entrata.
Detto questo, mi dà enorme fastidio che, forse per cercare di stroncare quel poco di opposizione che ancora c'è, i quotidiani fedeli a Berlusconi, un giorno sì e l'altro anche, diano addosso a Di Pietro, con il chiaro intento di sputtanarlo per poter dire: "Il paladino della legalità è un fuorilegge".
I giorni scorsi è venuto fuori che anche lui possa aver avuto "favori" da Anemone, ma sul suo blog ha smontato l'accusa che gli veniva rivolta, punto per punto e con tanto di documenti allegati.
Non contento, ieri il Corriere della Sera è tornato all'attacco titolando: "I silenzi e le ambiguità dell’onorevole Di Pietro".
E a commento dell'articolo, rimando al fondo di Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano di oggi, 6 giugno 2010.


Il pompiere incendiario - di Marco Travaglio
Ieri il Corriere ha improvvisamente abbandonato il suo secolare aplomb pompieresco per inaugurare un genere giornalistico inedito: quello delle domande aggressive ai politici. Anzi, per il momento, a un solo politico: Di Pietro. Il titolo di prima pagina – “Silenzi e ambiguità dell’on. Di Pietro” – parla da sé. E nessuno più di noi può salutare con giubilo la svolta. A patto, si capisce, che non duri un solo giorno e per un solo politico. Abbiamo come l’impressione che altri politici meriterebbero almeno un titolo sui loro “silenzi e ambiguità” e siamo certi che il Corriere non si lascerà sfuggire l’occasione. Per ora ci contentiamo di apprendere che Di Pietro “non risponde, non del tutto almeno, o parla d’altro, o tace” su una serie di “misteri” che il Corriere riassume in una carrellata fotografica: “Laurea a tempo di record”, “L’asse Lucibello-D’Adamo”, “Il dossier su Pazienza”, “La foto con
Contrada”, “Il caso Napoli e il figlio”. Domande legittime, se non fosse che Di Pietro ha già risposto (bene o male) a tutte e da anni. Ma il Corriere non se n’è accorto. 1) Laurea. Di Pietro ha prodotto tutti i documenti, comprese le testimonianze dei professori che lo esaminarono, ma B. due anni fa tornò a insinuare che l’avessero laureato i servizi segreti: Di Pietro l’ha querelato, ma la giunta della Camera l’ha dichiarato insindacabile. Perché il Corriere non lancia una campagna contro questo scandaloso abuso dell’immunità volto a impedire che un giudice stabilisca chi mente? 2) D’Adamo e Lucibello. Sul tema si è tenuto per tre anni un processo a Brescia dove Di Pietro ha sostenuto decine di ore di interrogatori e prodotto tonnellate di carte: perché il Corriere non se le va a leggere, prima di dire che non risponde? 3) Il dossier su Pazienza. Secondo il Corriere, i “silenzi” dipietreschi sul dossier che Di Pietro nel 1984 compilò su Pazienza, fan sospettare “legami coi servizi italiani e Usa”. Ma era proprio Pazienza ad avere legami coi servizi italiani e Usa: Di Pietro, in ferie alle Seychelles, apprese che il ricercato Pazienza soggiornava laggiù protetto da autorità italiane, fece qualche accertamento e al ritorno stilò una relazione al suo procuratore, che ne informò i pm competenti. Solo un malato di mente può chiedere a un pm di discolparsi per aver segnalato il rifugio di un ricercato e i nomi dei favoreggiatori: sarebbe stato scandaloso il contrario. 4) Contrada. Basta andare sul
blog di Di Pietro per trovare il suo racconto, confermato dai commensali di quella cena organizzata nel ’92 dai Carabinieri di Roma, dove s’imbucò pur Contrada PRIMA che fosse arrestato: con tutti quelli che (anche sul Corriere) han difeso Contrada DOPO l’arresto e la condanna per mafia, si chiede conto a Di Pietro per averlo incrociato PRIMA. 5) Il caso Napoli e il figlio. I rapporti col funzionario inquisito Mautone erano talmente affettuosi che il ministro Di Pietro l’aveva trasferito (come fece con Balducci). Il figlio Cristiano, per aver raccomandato un elettricista, si dimise dall’Idv. Anche su quel caso, come sugli altri, Google contiene vagonate di spiegazioni di Di Pietro. Il quale ha pure risposto sulle presunte case vaticane (mai trattate da lui) citate da Zampolini. E sugli altri immobili di sua proprietà. Il Corriere cita le accuse degli “ex ” Veltri e Di Domenico, ma non dice che per quelle accuse Veltri ha perso la causa in tribunale e Di Domenico ne ha perse 19. Del resto, l’estate scorsa, Pigi Battista montò un tormentone contro De Magistris che, eletto a giugno a Bruxelles, a luglio non s’era ancora dimesso da giudice; lo fece a settembre con una dura lettera a Napolitano, ma il Corriere non ha mai dato la notizia (son trascorsi solo 9 mesi, c’è tempo). Non proseguiamo per non distogliere il Pompiere dalla sua svolta incendiaria.
Attendiamo con ansia un dossier dal titolo “Silenzi e ambiguità dell’on. Berlusconi”, per esempio sulle origini dei soldi, sui rapporti con noti mafiosi e
così via. Ma siamo certi che il Corriere sta preparando un supplemento a dispense, rilegabile in comodi volumi, tipo Treccani.
Il Fatto Quotidiano - 6 giugno 2010

Update: Qui c'è la lettera di Antonio Di Pietro inviata al Corriere della Sera in risposta all'articolo di Marco Imarisio.

venerdì 4 giugno 2010

Attivismo reale e pacifismo immaginario


Luca Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, chi era sulle navi della "Freedom Flotilla" assaltata dagli israeliani è stato definito "pacifista", "attivista", e anche "terrorista". Distinzioni lessicali e anche politiche. Ma si può dare una definizione precisa del pacifista modello?

Se uno decidesse di fare il vero pacifista, dovrebbe astrarsi dal mondo, salire su un albero e rimanerci, per evitare di avere a che fare con le realtà del mondo. Gli attivisti sono coloro che vedono la pace da un punto di vista, prendono posizione da una parte e si schierano, non rimangono "sopra" o al di fuori. E' difficile considerare pacifisti chi impugna spranghe, anche solo per difendersi. Li si può considerare appunto attivisti, sostenitori di una causa politica di parte. Mentre il Pacifismo dovrebbe dare una visione superiore, oltre gli schieramenti, per il raggiungimento di un bene, un valore, superiore e universale. In questo senso è un'utopia, difficilmente realizzabile e applicabile nel mondo.

Può sembrare dunque che la parola pacifismo venga usata sempre più spesso in un'accezione ampia, omnicomprensiva, che finisce per perdere il suo significato iniziale, perdendo così il suo valore filosofico e il suo peso morale.

Le parole possono spesso essere usate come ombrelli, che contengono e coprono quasi significati e atteggiamenti diversi, possono essere schermi dietro i quali operare. C'è poi spesso da parte di molti l'uso meccanico delle parole, che le banalizza e allo stesso tempo nobilita una causa che - per esempio - sotto il termine pacifista prende forza e significato.

Ma il pacifismo ha una tradizione anche storica che lo inquadra e lo spiega con nettezza.

Ma in questo caso il pacifismo non è un atteggiamento solo filosofico, ma prende soprattutto la forma di una posizione politica. Per difendere meglio la propria convinzione politica e ammantarla di significato si dichiara una causa come pacifica, ma poi magari si è pronti a sparare per difenderla al meglio.

Nel caso della "Freedom Flottilla" c'è anche la causa palestinese che rafforza le motivazioni e allarga la partecipazione. Oggi le associazioni pacifiste manifestano a Roma; quel che è successo lunedì può in qualche modo ridare forza al movimento che pare essersi disperso e allentato e riunificarlo sotto appunto la spinta pacifista?

I palestinesi sono storicamente una causa unificante ma anche molto trasversale, che attraversa lo spettro politico, dall'estrema sinistra all'estrema destra. Da questo punto di vista la spinta non è mai venuta meno e segue l'andamento della situazione internazionale.

Sulla missione di "Free Gaza" è stata piantata la bandiera turca; come ha influito questo sugli accadimenti?

La Turchia ha avuto l'intera regia della vicenda e ha contato sulla reazione automatica di Israele, vista la situazione dei rapporti tra i due paesi. In questo momento Ankara si erge a portabandiera mondiale anti-Israele.

Le conseguenze dell'attacco di lunedì saranno di lunga durata?

Assolutamente sì, a questo punto la Turchia è il peggior nemico di Israele. E a questo seguiranno altri atti e decisioni che non mancheranno molto ad arrivare.

Gli Usa paiono essere in difficoltà tra i due litiganti.

Gli americani hanno deciso di non prendere una decisione e propongono una scelta chiara: sono attendisti. Le premesse "rivoluzionarie" della politica di Obama sono già sulla difensiva, non riescono a imporre, ma inseguono i fatti; prima di tutto perché hanno cose più urgenti di cui occuparsi e poi perché hanno perso l'influenza e presa in primis sulla Turchia.

Insomma, come vanno considerati i partecipanti della missione "Free Gaza"?

Propendo per la definizione attivisti. Ripeto, il Pacifismo è una posizione filosofica, e non può essere politica, ma una mediazione fra i diversi schieramenti. Chi spaccia per posizione di principio una posizione di parte - certo più che legittima e magari anche giusta - compie un atto poco onesto intellettualmente.

Stefano Citati - Il Fatto Quotidiano - 4 giugno 2010